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Storia


 

Primo insediamentoSecondo la tradizione locale, intorno all'anno 1000 a.C., alcuni popoli sabellici sarebbero giunti in queste plaghe e, attratti dalla mitezza del clima e dalla bellezza del sito, vi avrebbero trasportato i propri armenti ed eretto l'ara delle loro divinità.Tali popolazioni sarebbero rimaste in questi luoghi per circa cinque secoli, fino, cioè, all'inizio della grande espansione coloniale ellenica nell'Italia meridionale. Nel 470 a.C. i Greci di Clistene,  in cerca di nuove terre da coltivare e di nuovi approdi per i loro traffici, sarebbero stati gettati da una furiosa tempesta nella Marina dell'Olivo ed avrebbero messo in fuga i pacifici Sabelli, costringendoli a rifugiarsi sui monti.  Clistene, attratto dal fascino del paesaggio, così somigliante a quello della madre patria, si sarebbe stabilito sul posto con i suoi compagni,dando vita ad un piccolo villaggio cui avrebbe posto il nome di Skaiòs, termine che significava "poco propizio", "sfavorevole", ad indicare, evidentemente, la triste circostanza del naufragio. L'esistenza di tale insediamento è assai attendibile in quanto, nel 1924, nel corso di scavi operati per la costruzione del cimitero di Scario, furono rinvenuti presso la Marina dell'Olivo alcuni reperti archeologici risalenti ad epoca remotissima.

 

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Origine del toponimo -  Molte ipotesi sono state avanzate, circa l'origine del nome Scario, da vari studiosi di toponomastica. Alcuni hanno voluto far derivare l'attuale toponimo dal termine greco Skariòs = piccolo cantiere navale e tale derivazione, secondo noi, è senz'altro la più attendibile, in quanto Scario, fin dai suoi primissimi tempi, ebbe sempre una fiorente schiera di calafati addetti alla riparazione delle barche da pesca, industria, questa, che ha sempre costituito il principale mezzo di vita dei suoi abitanti. Altri hanno voluto far derivare Scario da "scarico", in considerazione del fatto che, nei tempi passati, in mancanza di normali vie di comunicazione terrestre e di mezzi idonei, i trasporti avvenivano esclusivamente per via mare a mezzo di grossi bastimenti a vela e veniva chiamato "scario", sincopato di "scarico", il luogo dove avveniva il carico e lo scarico. Altri ancora hanno voluto vedere in Scario la forma italianizzata di scariu, termine dialettale diffuso anche in alcune zone della Calabria, che  ancor oggi usano i pescatori locali per indicare un breve tratto di spiaggia sul quale vengono portate in secco le barche. Secondo noi il toponimo Scario potrebbe derivare anche dal termine greco skaròs cioè scaro, pesce di forma tozza e dalle tinte vivacissime, oggi diffuso quasi esclusivamente nelle zone equatoriali, ma una volta abbondantissimo lungo la costa del Cilento.

 

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Il porto di Scario - Secondo quanto riferisce Strabone, nell'anno 471 a.C. una colonia di Reggini, guidata da Micito, signore di Reggio Calabria e di Messina, sbarcava nel Golfo di Policastro e, dopo avere sottomesso gli skaioti, li costringeva a prendere parte alla ricostruzione della distrutta città enotria di Pixous (odierna Policastro Bussentino). Con l'insediamento dei reggini micitei nella vicina Pixous, Skarius visse un lungo periodo di tranquillità e di benessere, durante il quale i suoi abitanti, oltre ad ampliare notevolmente il centro abitato con la costruzione di numerose nuove dimore, con il loro tenace lavoro riuscirono anche a migliorare in modo sensibile le proprie condizioni di vita. (...) Onde garantirsi un più sicuro approdo ed un più protetto scalo alla loro piccola flotta peschereccia, gli skarioti costruirono nella Marina dell'Olivo un piccolo porto fatto di massi e palizzate. (...) Nell'agosto del 44 a.C., proveniente da Velia sbarcava nel Porto dell'Olivo per una breve sosta il grande Marco Tullio Cicerone, il quale, sebbene afflitto da numerosi acciacchi, non poté sottrarsi al profondo fascino della stupenda natura. A1 tempo, oltre a costituire un cospicuo ed importante mercato ittico, Skarius era divenuto, grazie all'abilità ed all'esperienza dei suoi marinai, anche un considerevole centro di produzione di garum, la speciale e piccantissima salsa di pesce di cui i cittadini romani erano particolarmente ghiotti. Da Skarius il garum veniva trasportato, via mare, al grande centro di raccolta di Pompei e di qui passava poi direttamente sui maggiori mercati di Roma. 

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Vicende storiche - Nella prima metà del V secolo d.C., al tempo delle incursioni barbariche in Italia, seguendo le stesse sorti della vicina Policastro, Skarius veniva completamente distrutta dai Vandali di Genserico. Solo pochi abitanti riuscivano a scampare all'eccidio, trovando rifugio sulle impervie rocce della Masseta, ove non poteva arrivare la furia dei barbari. Dopo la metà del VI secolo, con l'instaurazione del dominio bizantino in Italia, tutta la zona del Golfo di Policastro attraversò un periodo particolarmente sereno e fecondo. Venuto meno, infatti, il timore delle incursioni e delle distruzioni ad opera dei barbari, la popolazione costiera, che si era rifugiata nella dolorosa circostanza delle invasioni vandaliche sulle alture circonvicine, cominciò a ripopolare il litorale, favorendo in tal modo un notevole risveglio dell'attività marinára. Fu in tale periodo che l'antico borgo di Skarius, dopo circa un secolo e mezzo dalla sua distruzione, come araba fenice, cominciò a risorgere dalle proprie ceneri. (...) Nei primi anni del IX secolo un nuovo, gravissimo pericolo cominciò a profilarsi all'orizzonte della pacifica e laboriosa vita di Skarius e delle coste limitrofe: le scorrerie dei Saraceni. Questi, provenienti dalle coste settentrionali dell'Africa  avevano raggiunto le coste del Cilento, diffondendo il terrore tra le popolazioni indifese e costituendo un costante pericolo specie per i centri rivieraschi. (...) Nell'anno 915 i Saraceni di Agropoli e di Camerota, accecati dallo stesso feroce proposito, sbarcavano nel cuore della notte nel Porto dell'Olivo, saccheggiando spietatamente la vicina Policastro e quindi si avventavano su Skarius. Molti abitanti, sorpresi nel sonno, furono uccisi, altri presi prigionieri e condotti in schiavitù. Il borgo fu dato alle fiamme. I pochi superstiti riuscirono a trovare scampo nelle campagne circostanti. (...) Solo nel 1152, grazie all'intervento del Conte Simone, figlio di  Ruggero II, Duca di Calabria  Scario ritrovò un pò di tranquillità. (...) Tuttavia altri pericoli erano in agguato.

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Assalti dei pirati - Nell'anno 1534 l'Imperatore ottomano Solimano II affidava il comando supremo dell'armata navale turca ad un famigerato e sanguinario pirata dell'epoca: Khair-ed-Din- Barbarossa. Questi,  con circa 80 vele nell'agosto del 1534 superava lo stretto di Messina  entrava nel Golfo di Policastro. Lasciata al largo la maggior parte della flotta, sbarcava con 12 galere nel Porto dell'Olivo e affidava il compito di razzia al suo capo di stato maggiore, il fido e crudele Giudeo, altro temibilissimo pirata. Questi, dopo aver messo a ferro e fuoco Policastro, si dirigeva con la sua ciurmaglia sul borgo di Scario e, dopo averlo saccheggiato, ne incendiava le case e ne traeva schiavi numerosi abitanti Morto nel 1546 il Barbarossa, gli succedeva al comando supremo dell'armata navale ottomana Dragut Rais Bassà, feroce corsaro e degno erede del suo predecessore. Corseggiando con la sua potente flotta per i lidi meridionali dell'Italia, la sera del 10 luglio 1552, con 123 vele entrava, inosservato, nel Golfo di Policastro e vi si ancorava per passarvi la notte. La mattina seguente, Dragut ed i suoi musulmani sbarcavano nel Porto dell'Olivo, si dirigevano su Policastro e, dopo averla saccheggiata, la davano alle fiamme. Si avventavano, quindi, su Scario, seminandovi terrore e morte. Era la definitiva rovina del borgo. La popolazione del tempo, ascendente a circa 100 fuochi (poco più di 500 anime), risultò quasi interamente sterminata dalle uccisioni, dalle torture e dalla schiavitù. Di conseguenza, nulla restando in quei luoghi della laboriosa e tormentata esistenza degli scarioti, il territorio diveniva proprietà dei Conti Carafa di Policastro. Dopo la totale distruzione. ad opera dei turchi di Dragut Rais, l'antico sito di Scario restò completamente deserto e desolato per circa un secolo Solo verso la seconda metà del '600 alcuni coraggiosi pescatori, diradatisi i pericoli provenienti dal mare, vi costruirono una taverna, una, pellina e poche misere case. All'iniziativa di questi umili ed intrepidi  marinai, si aggiungeva verso la fine del XVIII secolo l'opera concrea dei  Conti Carafa di Policastro, che vi costruirono una residenza estiva e dei  cittadini di San Giovanni a Piro, i quali, nonostante la minaccia dei  pirati, conservavano una grossa predilezione per il mare. In tal modo Scario, a poco a poco, poteva risorgere ancora una sulle antiche rovine e sulle ceneri della sua lunga e tormentata storia, che si confonde col mito e con la leggenda. Da quell'epoca comincia il lento ma costante sviluppo, che l'annovera oggi tra le stazioni balneari  ed i centri turistici più rinomati ed accoglienti della stupenda fascia costiera del basso Cilento.

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Tratto da

"Da Scario agli Infreschi. Guida a una costa dolomitica"

di  

Angelo Guzzo - Luciano Colombo