Io ritorno con ardore
e non sono traditore,

vi ho pensato intensamente
con il cuore e con la mente;

il distacco è stato duro
ma intravedo nel futuro
una vasta eredità
che vi do’ dall’aldilà!

Ove ammiro quel Colliano
in onor del mio Fasano,
che con sfarzo ed oratoria
ha svelato un po’ la storia,

dei suoi avi a noi affiliati
e per questo, gemellati,
alle nostre tradizioni
con le barde ed i galloni.

Della Chiesa inaugurata
io gli lascio la navata,
la centrale ben s’intende
ma lui insiste e poi pretende,

anche l’organo radioso
del prelato Gaudioso,
che con voce assai soave
or lo assolve con tre Ave.

Col millennio e l’anno Santo
è tornato al vecchio canto,
anche il coro che sta in Chiesa
ed ha fatto grande presa,

sul giulivo nuovo Padre
che non vuole tante squadre,
tra i fedeli ed i devoti
sempre uniti nel far voti,

 soprattutto di fioretti
ne van fieri i più vecchietti,
perché giunge tremolante
la Quaresima gigante,

 che vuol farsi intervistare,
or che teme d’invecchiare,
dalla Pyros  locale
sull’amante Carnevale.

 Orfanella è la Pro-Loco:
voglio darvi da qui a poco,
un moderno Presidente
oculato e assai prudente,

 quel Giovanni De Martino
che va in cerca del postino,
per saper se la sua bella
è parente di Dianella,

 a cui lascio un carro nuovo
di colore giallo uovo,
e un trappeto più veloce
per l’ulivo e per la noce.

 Ad Angelico un lentisco
per guarire il suo menisco,
e una lauta funzione
lui che ha scritto con passione,

 le mie storie del passato
ma che oggi è sfiduciato,
perché il popolo ha tradito
un progetto molto ambito.

 Dal Primario mio Chirurgo
un clistere con espurgo,
per Luigi dei Fasano
che si salva il deretano.

 A Michele il testimone,
dell’Azienda dò il timone,
di mobilio ben s’intende,
ma non basta e poi pretende, 

anche parte della vigna,
le favette e la gramigna,
ed ancor non è finita
c’è l’attesa buonuscita! 

E si ispiri un poco a Giotto,
quel Petuzzo gran bigotto,
e la mente sia rivolta
alla Cupola e alla Volta, 

della Chiesa un poco spoglia
e dipinga qualche foglia,
o di glicine o di alloro
e nel mezzo un bel decoro. 

E si avvalga nell’impresa
della mano esperta e tesa,
del pittore nostro Chiacchio
che gli fa da spauracchio,

 quel ritratto tanto strano
del più bello dei Fasano,
ripigliato già più volte
con le mani al ciel rivolte. 

Ma è il dipinto in via del Pozzo
molto fine, per niente rozzo,
a ridare al noto artista
una vena più ottimista. 

Per il freddo molto intenso
ho il carbone con l’incenso,
per Coruccio pensionato
che il camino ha lucidato,

e si appresta a dare fuoco
sol di sera,a poco, a poco
con i rami che gli presta
il vicino che fa festa, 

nel vedere tanto fumo
ch’è cosparso di profumo
ed inebria il Fanalista
altro ottimo fuochista. 

Or contento della svolta
quelle mani si rivolta,
Ciccilluzzo l’emigrato
che nei secoli mi è grato,

 

per il taglio di vestito
sol trapunto, non finito,
che consegna nel futuro
forse già l’anno venturo. 

Lascio ICI,Tarsu e Bollo
con  l’intero protocollo,
a chi paga senza sosta
sia l’erario che l’imposta. 

Ed il resto della spesa
senza ombra di pretesa,
la devolvo a Companiello
con un “rosso”ravaniello, 

coltivato al Ceraseto
sotto l’ombra del querceto,
e la grotta sottostante
ch’è dimora del brigante, 

tanto anonimo ed astuto,
ed a tutti sconosciuto,
che da tempo si dilegua
tra le terre della Lecua. 

Sarà chiuso poi in un silos
per voler della Pyros,
e costretto  alle scuse,
su consiglio delle muse! 

Gennarino è un paparazzo
nella Scario da strapazzo,
lo si vede a tutte l’ore
ed implora con ardore:

“Dove sta il buon Mosè
il mio voto è un cliscè,
andrà a lui per la vita
anche senza Margherita!”.

Sullo stesso lungomare
non c’è gente da stanare,
soprattutto quel gruppetto
or pretende sol rispetto, 

san di tutto ogni cosa
e la mente non riposa,
ed i passi sono tanti
tra le smorfie dei passanti. 

Lascio a Cicero scultore
una pietra tricolore,
che poi dona col trifoglio
al suo amico Portafoglio, 

da stornare al Comitato
per volere del prelato,
e deporla sul portale
della Chiesa rionale, 

del Tornito ben s’intende
ove il popolo pretende,
una messa vespertina
con Diarata in copertina! 

Non avanzo più pretesa
tutto l’oro va alla Chiesa,
come pure le prebende
candelabri e vecchie tende. 

A Scianchetta menomato
un progetto già approvato,
di una villa illuminata
in contrada “Lupinata”,

ove regna con fortuna
dipingendo cielo e luna,
invertendo un po’ la rotta
si, è quel Mimmo dei Marotta; 

Che ha lanciato un suo messaggio
dal sapore del presagio:
tutti in fila e più perfetti,
i tiraggi van protetti,

con comignoli adornati
da mattoni decorati
con lo stemma patriarcale
rischiarato da un fanale.

Da Gigino dei Petrillo
s’ode spesso un solo strillo:
“qui la fogna è debordata
fino ed oltre l’Annunziata”,

 

l’ Architetto imbarazzato
il coperchio ha sollevato,
ma la fogna non si espurga
qua ci vuol proprio una purga.

Ad Aniello suo vicino
dono un comodo coppino,
per raccoglier le cacate
dal suo cane seminate,

e che creano disagio
anche a chi va molto adagio,
soprattutto a Pappacena
quando torna per la cena.

Anche Ambrogio si lamenta
per la scomoda polenta,
per il puzzo nauseante
che deprime ogni passante!

Quel Michele del Cacaglia
che l’innesto spesso sbaglia
perché usa  quello spago
consigliatogli dal mago,

che s’incazza e spesso strilla
è Felice, detto ‘Ntilla,
che contratta al cellulare
le magie da esternare.

Per la  pota della vigna
Florimonte se la svigna,
ma per quella dell’ulivo
lui si sente quasi un divo, 

soprattutto quando sobrio
nelle terre del Cenobio,
si sofferma con zio Pino
col berretto da fantino,

e che scruta in lontananza,
se c’è un’ape in latitanza,
la rincorre col frustino
che gli presta ser Dantino! 

Agli scapoli locali
passeggiate sol serali,
per trovare allo scurone
chi ha svitato quel bullone,

dalle panche assai pregiate
ora bene illuminate,
si consiglia più controllo
a Rinaldo ed al Piciollo. 

Lascio a Pietro il Balisiere
una scure nel paniere,
per un legno da intagliare
e un cucchiaio poi forgiare.

A Domingo, a Ciolandrea,
la cui aria ci ricrea,
io già affido senza cruccio
il mio bravo e vecchio Ciuccio.

Lascio ad Angel Sorrentino
di prezzemolo il provino,
e siccome è grande esperto
anche l’ultimo reperto, 

di un concime prelibato
che il pisello ha sollevato
agli illustri conviviali
come sempre assai cordiali. 

A quel Cuccio Toccaferro
io gli dono un grande verro,
e ad Armando il finanziere
la divisa ed un “vrachiere”.

Da donare al suo compagno
quando nuota nello stagno,
Berlinguer astuto e saggio
non lo molla fino a Maggio.

Milonessa l’industriale
l’altro ospite serale,
intuisce, non balbetta
ma si sa ha molta fretta: 

or l’aspetta la morosa
come sempre premurosa,
che prenota già le cozze
per il giorno delle nozze.

Il mio augurio or vi esterno
prima del riposo eterno;
non tirate più la cinghia
né rompetemi la minghia.

Controllate un po’ le spese
soprattutto a fine mese,
con quest’Euro che impazza
or la gente più s’incazza!

Ma tediare più non voglio
ora  apro il portafoglio,
per pagare a più non posso
le finanze fino all’osso.

La mia vita che fu bella
or finisce a Rimongella.
Ogni scherzo sempre vale.
Un abbraccio, Carnevale.


San Giovanni a Piro, lì 24/02/2004